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Sabato, 25 Novembre 2017

I Romani perfezionarono l'aratro munendolo di una lama triangolare di ferro fissata al ceppo, che rompeva il terreno e lo smuoveva attraverso due alette a forma di "V" poste ai lati della lama stessa; in epoca successiva venne aggiunto un ulteriore elemento, il coltro, una sorta lama verticale che precedeva il ceppo e che infiggendosi nella terra la tagliava facilitando l'azione della lama che seguiva il taglio.

L'aratro romano può essere considerata la prima vera macchina agricola, ma non era la sola che essi impiegavano.
Anche l' erpice, costituito da una struttura orizzontale che supportava delle lame verticali, che serviva a sminuzzare e liberare dalle erbacce la terra appena arata, e a ricoprire della stessa terra i semi appena sparsi, può a ragion veduta essere considerato una macchina agricola, anche se molto semplice.
Fin dall'antichità all'aratro veniva a volte fissata una specie di cassetta forata che serviva a spargere il seme  durante l'aratura, a suo modo era l'antesignana della seminatrice meccanica che verrà messa a punto solo nel 1663.

Un altro problema che i Romani si posero era quello della raccolta delle messi: quando essi conquistarono le Gallie scoprirono che le popolazioni locali  utilizzavano delle macchine mietitrici, mosse da animali,  rudimentali ma efficaci: era una specie di cassa montata su ruote con l'orlo anteriore dentato, la "testa" tagliata delle messi ricadeva nella cassa. I romani perfezionarono la macchina sostituendo alla semplice dentatura al bordo un "pettine" che agganciavano le messi tagliandole, o strappandole, rendendo così il lavoro più veloce.
Questo efficiente metodo venne abbandonato durante il Medioevo, epoca in cui si tornò a mietere manualmente.

Per quello che riguarda la trebbiatura, cioè la separazione dei semi dalla pula, si cercò di meccanizzare anche questo processo, ma ancora fino a qualche decennio fa essa veniva spesso effettuata manualmente riunendo il raccolto su un'aia esposta al vento, battendo con dei bastoni il mucchio si sollevava in aria il tutto con un vaglio, il vento portava lontano la pula, leggera, lasciando ricadere i semi più pesanti nel vaglio. Ovviamente era un metodo che poteva andare bene per piccoli raccolti.
Sia i Cinesi che i Romani misero a punto una sorta di trebbiatrice in legno nella cui parte inferiore erano infisse delle pietre, la tavola veniva trascinata sul raccolto, sparso sull'aia e attraverso lo sfregamento delle pietre sulle spighe queste venivano sgranate, seguiva poi la vagliatura fatta sempre con l'aiuto del vento. Altre macchine per trebbiare vennero messe a punto, ma fino all'avvento delle trebbiatrici meccaniche il lavoro veniva eseguito quasi completamente con l'aiuto di mano e vento.

I Romani perfezionarono ulteriormente l'aratro munendo il ceppo di una punta a forma di chiglia e di un elemento orizzontale, chiamato orecchio, che rivoltava le zolle, l'insieme di questi due nuovi elementi costituiva il vomere.
Il nuovo aratro era in grado di lavorare anche i terreni più difficili, per questo fu munito di ruote che lo rendevano più manovrabile.

L'aratro così concepito rimase quasi invariato fino all' XI secolo, epoca in cui si aggiunse un nuovo elemento, il versoio, che serviva a sollevare, rigirare e frantumare il terreno.

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